Il coaching. Nato per sport. Cresciuto in azienda
Nel 1972 Timothy Gallwey scrisse “The Inner Game of Tennis”. Tennista e allenatore, era interessato ai processi di apprendimento dei suoi allievi e convinto che dovessero gestire il loro avversario interno prima di quello esterno. Mise il focus sul confronto fra il sé critico e razionale, responsabile del blocco di risorse interne, e il sé realizzatore, naturalmente competente ma spesso ostacolato dal primo. Notando che alcuni tennisti quando si allenavano eccellevano, all’opposto di quando scendevano in campo, intuì che il focus dell’attenzione fosse cruciale e iniziò a spostare il focus attentivo degli atleti attraverso l’uso del feedback dai pensieri critici agli elementi concreti come colpire la palla da tennis. Gallwey così permise agli atleti di scoprire il legame tra ciò che facevano e ciò che volevano accadesse, individuando le basi di una strategia correttiva. Diventare consapevoli di ciò che era efficace era la chiave: è ciò che caratterizza l’attuale professione del coach che, a differenza dell’allenatore, evita consigli e direttive.
Molti professionisti, ispirati da questo lavoro, hanno creato modelli mirati a generare consapevolezza: uno dei più famosi è il GROW, realizzato da John Whitmore, un altro sportivo.
L’acronimo suggerisce un processo di crescita della consapevolezza e rappresenta una sequenza di lavoro che un coach professionista attua con il il coachee, il suo cliente,:
- Goal - l’obiettivo da raggiungere
- Reality - ciò che è presente nel qui e ora
- Options - le alternative adottabili per raggiungere l’obiettivo
- Wrap-up/Will - la creazione di un piano d’azione concreto e la presa di responsabilità nel metterlo in atto..
Il coach, dopo aver definito l’obiettivo macro del percorso, attraverso incontri successivi (sessioni), supporta il raggiungimento di sotto-obiettivi che compongono quello più generale tramite feedback e domande. Queste sono esenti da presupposti e consigli, sono opportunamente poste e strutturate. L’assoluta neutralità di giudizio si traduce in accoglienza incondizionata del cliente.
Il coachee è responsabile del raggiungimento dell’obiettivo mentre il coach della sua corretta definizione e del processo. Il coach deve possedere specifiche caratteristiche umane come la sincerità, l’assenza di pregiudizio, l’autoconsapevolezza, comuni anche ad altre relazioni di supporto, e tecniche come l’ascolto attivo, la formulazione di domande, sia aperte che chiuse, l’uso di un linguaggio pulito e il saper dare feedback. L’etica è fondamentale nella professione e i coach informano i coachee della natura del processo firmando un contratto in cui si impegnano a rispettare la deontologia professionale, includendo le organizzazioni a cui segnalare eventuali difformità, come l’International Coach Federation (ICF). L’ICF supporta una comunità di coach professionisti con formazione, eventi e aggiornamenti, affinché il livello professionale risulti sempre elevato. Attraverso un protocollo di accreditamento ne certifica le competenze teoriche e pratiche, quelle espresse in sessioni erogate ai clienti e quelle deontologiche tramite un apposito test.Persona, Lavoro
Coaching
- Gallwey, W. T. (2015). The inner game of tennis. London: Pan Books.
- Whitmore, J. (2009). Coaching for performance: GROWing human potential and purpose. Boston: Nicholas Brealey.
- Downey, M. (2003). Effective coaching: Lessons from the coach's coach. New York: Cengage Learning.