La lealtà di gruppo tra valore e competenza
Per sviluppo sociale si intende “il modo in cui i bambini interagiscono con gli altri e quindi gli schemi di comportamento, i sentimenti, gli atteggiamenti e i concetti manifestati dai bambini in relazione alle altre persone e al modo in cui questi diversi aspetti variano durante la crescita” (Schaffer, 1996). Ma come i bambini diventano socialmente competenti? Inoltre, in quali contesti ambientali la lealtà di gruppo può essere considerata una competenza sociale, oltre che un valore, da apprendere anche in altro modo al di là della trasmissione in famiglia?
La trasmissione del comportamento secondo norme e valori condivisi inizia fin dalle prime fasi di sviluppo del bambino; già nel primo anno di vita egli apprende tramite l’imitazione e questo consente, dunque, come dimostrano le ricerche in questo ambito, che si creino delle connessioni tra i valori dei genitori e gli atteggiamenti dei bambini. Il neonato, sin dalla nascita, è un essere sociale che diventa man mano sempre più consapevole e competente grazie a processi bidirezionali di interazione.
Il bambino inoltre, con il crescere, diventa sempre più soggetto attivo nella società, si sviluppa come persona in un rapporto di interazione e di influenza reciproca e costante con l’ambiente. La prospettiva assunta dalla psicologia dello sviluppo contemporanea del resto pone in rilievo l’interazione dinamica tra individuo e ambiente (Fonzi, 2006) che si pongono in una relazione in cui i due formano un sistema integrato e dinamico.
La Teoria Ecologica di Bronfenbrenner, la Teoria dell’Apprendimento Sociale di impostazione comportamentista, l’approccio Socio-cognitivo, la Teoria dell’attaccamento di Bolby sono tra le principali teorie che pongono in primo piano l’influenza della famiglia ma anche dell’ambiente nello sviluppo del bambino. Dunque, è importante tenere presente come anche i valori insiti nel collettivismo ingroup e della lealtà di gruppo siano trasmessi precocemente e rispecchino in buona parte il sistema valoriale dell’ambiente di vita del bambino stesso.
La letteratura scientifica ci indica anche che il passaggio ad una moralità più evoluta è fortemente influenzato dalla cooperazione tra pari. A scuola e in tutti gli ambiti educativi, le circostanze che possono essere considerate possibilità di apprendimento di un comportamento leale sono moltissime. Come insegnanti ed educatori è importante chiedersi cosa possiamo fare per creare opportunità di apprendimento anche in questa specifica direzione. La scuola soprattutto ha a disposizione un ottimo strumento educativo che, tuttavia, gli insegnanti raramente sanno utilizzare: si tratta del noto metodo del Cooperative Learning, promosso nelle stesse linee guida europee per lo sviluppo di competenze chiave.
La relazionalità, all’interno di un gruppo di studenti o di una classe, non è una dimensione predeterminata e scontata; la relazione tra individui che scelgono di lavorare insieme e di seguire percorsi comuni di formazione, è una realtà che va costruita, sperimentata e consolidata lentamente.
L’apprendimento cooperativo è una via che favorisce sicuramente, accanto al raggiungimento degli obiettivi di profitto, l’educazione degli studenti a determinate abilità di convivenza sociale. <<Queste abilità sono identificate dai ricercatori come tendenza a cooperare, altruismo, capacità di comprendere ciò che gli altri sentono e le prospettive che assumono quando esprimono una loro opinione, abilità ad assumere un ruolo all’interno di un gruppo, a comunicare, a comprendere, a gestire le differenze di opinioni, ad agire dimostrando e infondendo fiducia>> (Cardoso e Comoglio, 1993). Tra le abilità cooperative anche la lealtà ha un peso rilevante e si apprende e si esercita proprio in connessione con gli altri, con i pari, in gruppo, nel lavoro di costruzione di interdipendenza positiva, per metterla poi a frutto anche in altri contesti di vita in cui il bambino si troverà a vivere una volta adulto. Del resto l’interdipendenza positiva esige lealtà e responsabilità personale per potersi concretizzare. Saranno gli ambienti socio-familiari e professionali, quelli in cui il ragazzo, divenuto adulto, dovrà prendere decisioni, assumere ruoli di leadership, gestire in modo positivo e costruttivo conflitti, risolvere creativamente problemi, comunicare in modo efficace, dovendosi mettere totalmente in gioco tra la relazione e lo scambio mantenendosi fedele ai suoi valori ed al suo gruppo o ai suoi gruppi di riferimento, privilegiando così il bene collettivo, le finalità comuni piuttosto che quelle individuali.
Tale modello, basato su una forte propensione per l’altruismo, la cooperazione, il collettivismo si pone agli antipodi rispetto a quello fondato sul risultato individuale e la competizione che ancora oggi pervade molti ambienti giovanili.
La relazione tra studenti basata su una reale padronanza di abilità sociali, non può che portare allo sviluppo di interdipendenza sociale e di capacità di costruzione di rapporti sociali, all’interno dei quali il ragazzo si trova e si troverà ad esercitare, ancora una volta, le proprie abilità e il valore di lealtà.
Educare alla cooperazione significa perciò insegnare le specifiche competenze che sono necessarie sì per l’esecuzione di un compito in gruppo ma anche e soprattutto per costruire relazioni positive con gli altri basate anche sulla fedeltà. Le competenze sociali sono dunque indubbiamente alla base di una comunità di individui che sanno lavorare, ma soprattutto, vivere bene insieme.Infanzia e adolescenza
Competenza sociale
- Cardoso M.A. e Comoglio M., Insegnare e apprendere in gruppo, 1993, UPS, Roma
- Commissione Europea/EACEA/Eurydice, (2012) Sviluppo delle competenze chiave a scuola in Europa: Sfide ed opportunità delle politiche educative. Rapporto Eurydice. Lussemburgo: Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea