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Carnevale di Arlecchino, Mirò

| Marta Cesaritti | 2024

Tempo di scherzi, maschere e dolci fritti: stiamo parlando di Carnevale!

Questa celebrazione ha origini antiche che la legano ai grandi riti pagani greci e romani. Rappresenta simbolicamente un periodo di rinnovamento, un evento che collega sacro e profano e che ha caratterizzato l’arte di molti artisti, dal Rinascimento all’età moderna.

Le maschere della Commedia dell’Arte italiana, associate per tradizione a questa festività, ebbero notevole popolarità in ambiente europeo. Quello che ha interessato ed incuriosito artisti come Picasso, Cezanne o Juan Gris, sono state le maschere e la tipologia di soggetti che rappresentano. 

Vi parlerò del "Carnevale di Arlecchino", di Mirò.

Tutto per Jean Mirò aveva una vita segreta, gli interessava immaginare e raccontare, rappresentare quello che gli altri non consideravano: questa tela, venne esposta per la prima volta nel 1925 in una mostra organizzata da Andrè Breton alla Galerie Fierre. Il dipinto, ha un legame con il simbolismo del Novecento, ma anche con uno dei pittori più affascinanti e controversi del Medioevo, Hieronimus Bosch: la disposizione delle figure all’interno della composizione ricorda i dipinti del secolo XV, che Mirò aveva avuto modo di ammirare al Louvre.

Nel 1938 Mirò, rievocando questa opera, chiarisce quelli che sono i suoi elementi caratterizzanti: la scala indica la fuga dal mondo e l’evasione; gli animali sono quelli che amava e di cui sempre si circondava; il gatto colorato, è un omaggio a quello che aveva sempre con sé quando dipingeva; la sfera nera simboleggia il globo terrestre; il triangolo che appare dalla finestra evoca la Tour Eiffel e Parigi dove viveva in quegli anni.

Esseri ibridi e surreali si compongono su uno sfondo di tonalità chiare. La figura centrale rappresenta la maschera della Commedia dell’Arte italiano: Arlecchino. Questo personaggio cerca senza successo l’amore e spesso gli artisti, lo hanno raffigurato identificandosi con le sue sfortune.

L'Arlecchino dipinto da Miró presenta un foro nella pancia: questo particolare probabilmente ricorda la sua condizione economica del tempo: l'artista era talmente povero da non poter offrire a cena che ravanelli ad un amico. Il buco nello stomaco di Arlecchino ricorderebbe quindi la sensazione di fame provata da Miró. Il tono della scena però sembra felice. Le figure sono allegre e non esprimono sofferenza o altre tipologie di disagio.