Gioco d'azzardo: tra bisogno sociale e patologia
Il gioco ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo e la sopravvivenza dell’uomo e della civiltà: rappresenta un’oasi di gioia nella frenesia delle attività quotidiane, una sorta di sosta rigenerante dal peso dell’esistenza. Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di Alea in cui, a differenza dei giochi di Agon (competizione), il giocatore tende a restare passivo in attesa del verdetto della sorte; in questi giochi l’obiettivo non è tanto quello di vincere contro un avversario ma quello di avere la meglio sulla fortuna (Callois, 2010).
La pratica del gioco d’azzardo trova le sue radici nell’antichità quando, presumibilmente, era utilizzato per conoscere il volere divino; ne abbiamo traccia nei miti egizi e greci e nei racconti dell’antica Roma e dei popoli germanici. Nel Medioevo, a causa dell’irrigidirsi delle disposizioni ecclesiastiche e normative, il gioco viene condannato come fonte di peccato e i mazzi di carte sono bruciati in tutta Europa. Tale clima di intolleranza nei confronti del gioco termina all’inizio del XIX secolo con la pubblicazione del primo decreto legislativo finalizzato al riconoscimento delle case da gioco.
La maggior parte delle persone gioca d’azzardo come forma di passatempo e divertimento, trovando in esso un luogo e un tempo per uscire temporaneamente dalla realtà ed entrare nel mondo del gioco caratterizzato da onnipotenza, fantasia, sogni, desideri e speranze. Lo scontro occasionale e controllato con la fortuna rappresenta un bisogno sociale che non può e non deve essere demonizzato.
Accade però che, per alcune persone, questo si trasformi in un bisogno incoercibile tale da determinare, con il passare del tempo, un vero e proprio danno sociale. A seguito della rilevazione di numerosi casi di persone per le quali il gioco era diventato una sorta di trappola a spirale in grado di coinvolgere molteplici aspetti dell’esistenza, l’American Psychiatric Association (APA) nel 1980 riconosce e formalizza, nella terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-III), l’esistenza del gioco d’azzardo patologico.
Attualmente, la quinta edizione del Manuale (DSM 5), inserisce il disturbo da gioco d’azzardo nel capitolo relativo alle dipendenze e lo definisce come un “comportamento persistente o ricorrente legato al gioco d’azzardo che porta a disagio o compromissione clinicamente significativi”. Affinché venga formulata la diagnosi, la persona, nell’arco dei dodici mesi, deve aver presentato almeno quattro delle seguenti condizioni:
- Necessità di quantità sempre maggiori di denaro per soddisfare il bisogno di gioco;
- Irrequietezza e/o instabilità nel tentativo di ridurre o contenere l’attività di gioco;
- Tentativi infruttuosi di controllare o terminare l’attività di gioco;
- Preoccupazioni ricorrenti per il gioco;
- Tendenza a giocare sulla spinta di sentimenti di disagio;
- Mantenimento del comportamento di gioco nonostante le perdite (rincorsa delle perdite);
- Menzogne finalizzate a nascondere il coinvolgimento nel gioco;
- Perdita o messa a rischio di relazioni significative e/o di opportunità lavorative o di studio a causa del coinvolgimento nel gioco;
- Riferimenti esterni per procurarsi il denaro per recuperare quanto perso al gioco.
Persona
Ludopatia
- American Psychiatric Association (APA), DSM 5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.
- Callois R., I giochi e gli uomini; la maschera e la vertigine, Bompiani, Milano, 2010.
- De Luca R., “Introduzione”, in S. Mazzocchi, Mi gioco la vita. Mal d’azzardo: storie vere di giocatori estremi, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano, 2006.
- Lavanco G., Varvieri L., “Aspetti psicosociali del gioco d’azzardo”, in F. Picone (a cura di), Il gioco d’azzardo patologico; prospettive teoriche ed esperienze cliniche, Carocci, Roma, 2010.