La Psicosomatica tra storia e attualità
“Questo è il grande errore dei medici del nostro tempo: tenere separata l’anima dal corpo”. Le relazioni tra psiche e soma sono state considerate importanti sin dall’antichità: dagli insegnamenti di Platone e Aristotele, alle idee di Pitagora a Crotone; dalla teoria umorale di Ippocrate e Galeno, ai pensieri contrastanti delle scuole di Kòs e Knìdos. Oggi, a sostenere l’idea dell’interazione costante tra anima e corpo è la Medicina Psicosomatica, che tenta di approfondire i legami causali tra i fattori emozionali e psichici e le malattie somatiche.
È generalmente accettato che il termine “psicosomatica” venne per la prima volta utilizzato da un medico tedesco, Johann Christian Heinroth; si dice che questi abbia coniato il termine per descrivere una particolare forma d’insonnia e sia stato lui stesso a ispirare gli sforzi di Freud. Egli credeva che l’inconscio influenzasse i comportamenti e i disturbi comportamentali e propose l’idea che la psiche (o l’anima) e il corpo non fossero altro che due aspetti della medesima entità. Durante tutto il corso del XIX secolo, sia in Francia che in Germania crebbe l’interesse per una lettura psicosomatica della malattia, tanto che nel 1806 nacque la prima rivista dedicata a temi medico-psicologici. Nel 1872 Daniel Hack Tuke pubblicò un libro che anticipava le teorie psicosomatiche sulla complessa funzione del sistema nervoso autonomo; seguirono quindi gli studi di Bernard sull'omeostasi e di Brown-Séquard sul "Total-body-reflex", che affidarono alla psicofisiologia un ruolo più importante all’interno del processo patologico. In Germania, lo psicofisiologo Wilhelm Wundt utilizzò per primo rigide tecniche per la misurazione del fattore psicologico e delle interazioni mente-corpo, fondando, a Lipsia, nel 1879, il primo laboratorio di psicologia sperimentale al mondo. Altri contributi alla scienza psicosomatica sono venuti da due medici statunitensi, William Beaumont, che descrisse l’osservazione diretta della risposta gastrica a un’emozione, e William Sweetser, che approfondì l’influenza dell’igiene mentale, dell'intelletto e delle passioni sulla salute e sulla durata della vita (Cobb, 1961).
Sebbene Freud non avesse mai utilizzato il termine "psicosomatica" nei suoi scritti, egli incoraggiava i suoi allievi a utilizzare concetti psicoanalitici per chiarire come l’elemento fisiologico e quello endocrino si legassero ai fenomeni mentali. È stato comunque Felix Deutsch, uno studente di Freud, a coniare nel 1922 l’espressione “Medicina Psicosomatica”, con l’auspicio che “in qualche momento futuro si potrà osservare la fusione dei due concetti, biologico e psicologico”.
Il principale presupposto teorico su cui si basa la medicina psicosomatica è l’unità funzionale di psiche e soma, opponendosi, così, alla visione dicotomica suggerita, tempo addietro, da Cartesio (Biondi, 1992). In ambito clinico, si aderisce sempre di più all’idea che il benessere sia possibile descriverlo in maniera biunivoca, la cui componente fisica influenza sentimenti ed emozioni e, viceversa, questi ultimi hanno una certa risonanza sul corpo. Non a caso l’antica concezione di patologia vista come “effetto di una sola causa”, è stata ormai rimpiazzata da un’idea multifattoriale, la quale intende che ogni evento (fosse anche una deficienza a livello organico) è il risultato dell’intersecarsi di molti elementi, tra i quali, con sempre maggior rilevanza, è possibile annoverare quelli psicologici. In più, si arriva persino a considerare che i fattori psicologici possano avere un ruolo decisivo nell’eziologia e nella prognosi della malattia stessa. In passato, nella pratica clinica, ci si affidava alla medicina psicosomatica ogni qualvolta si era dinanzi a malattie la cui causa non era nota; allora, per far luce su un’eziologia, che altrimenti sarebbe rimasta oscura, i medici parlavano di una “genesi psicologica”. Oggi, al contrario, non ci si limita a parlare solo di psicosomatica, ma si ama far riferimento a una prospettiva psicosomatica, la quale riflette una nuova coscienza medica che guarda all’uomo come a un tutto unitario e che contempla non solo la manifestazione fisiologica della malattia, ma presta attenzione anche all’aspetto emotivo a essa associato. È così che la patologia si esprime a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio. I fenomeni patologici, allora, sono indagati nella loro più completa forma, rappresentata da un’equilibrata mistione degli elementi psicologici e fisici.PERSONA: Nuove prospettive per la salute
- Biondi, M. (1992). La Psicosomatica nella pratica clinica. Roma: Il Pensiero Scientifico editore.
- Cobb, S. (1961). Mind and body. Atlantic, 208, 63–67.