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STEREOTIPI – quando definiamo la realtà prima di osservarla

| Eleonora Ruotolo | 2021

“Nella maggioranza dei casi, noi definiamo ciò che abbiamo davanti non dopo, ma prima di averlo osservato”

- Walter Lippmann, Public Opinion

Ragionando in modo logico, non è possibile valutare qualcosa che non si conosce o di cui non si è fatta esperienza. Eppure questa citazione del giornalista e politologo americano Walter Lippmann non è così lontana dalla realtà. 
“Le donne non sono brave a guidare”, “i Francesi sono antipatici”, “i veri uomini non piangono”.
Se quindi non è logico, ma tendiamo a farlo comunque, potremmo chiederci perché spesso siamo spinti a valutare e, di conseguenza, a farci un’idea su una persona ancora prima di averla conosciuta.
Eppure, scavando più a fondo, potremmo porci un’altra domanda.
Perché si formano gli stereotipi e perché dobbiamo fare attenzione al modo in cui valutiamo la realtà?

Il termine stereotipo (dal greco stereos= rigido, permanente e typos= gruppo, impronta) fu coniato proprio da Lippmann nel 1922. 
Possiamo, quindi, definire gli stereotipi come rigide generalizzazioni riguardanti gruppi sociali, aggiungendo, inoltre, che spesso il loro contenuto tende a essere illogico e inesatto e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi. 

Ma partiamo dal capire come - e soprattutto perché – si creano gli stereotipi.

Secondo Henri Tajfel, psicologo britannico di origine polacca che sviluppò con John Turner la teoria dell’identità sociale (SIT), il processo alla base della formazione degli stereotipi è la categorizzazione, ossia il raggruppamento di persone, oggetti o eventi in base alle somiglianze che intercorrono tra loro.

La categorizzazione tende a minimizzare le differenze tra i membri di una categoria – rendendoli il più possibile simili tra loro - e massimizzando al tempo stesso le differenze con i membri di un’altra categoria, creando così delle distinzioni nette e chiare tra i vari gruppi. 
Questa strategia consente alle persone di semplificare l’ambiente che le circonda e di permettergli di alleggerire il carico cognitivo che deriverebbe dall’analisi costante di ogni minimo particolare. Il processo di stereotipizzazione inizia nel momento in cui si entra in contatto con una realtà o un soggetto che identifichiamo in qualche modo estraneo al nostro gruppo. A questo punto, lo stereotipo ha la funzione di essere una sorta di guida veloce sulla formulazione di pensieri e giudizi di valore rispetto a ciò che abbiamo di fronte e, di conseguenza, su come indirizzare la nostra azione.
Indubbiamente è un processo necessario per non mandare il nostro cervello in tilt e per velocizzare l’azione. 
È importante, tuttavia, tenere sempre bene a mente che semplificare la realtà, per quanto funzionale, comporta una riduzione delle informazioni che percepiamo dall’ambiente e, di conseguenza, una perdita di dettagli spesso necessari nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione o fare una valutazione. 

Quando, allora, questo processo può tradursi in un problema?

Nella SIT, Tajfel afferma che parte della nostra autostima si basa sulla valutazione che abbiamo del gruppo a cui sentiamo di appartenere. 
In pratica, più avrò la percezione che il mio gruppo abbia importanza e numerosi aspetti positivi, maggiormente ne beneficerà la mia autostima e la visione positiva che ho di me stesso. Sarà nel mio interesse, quindi, avere un’alta stima di esso. 
La percezione dell’importanza del proprio gruppo di appartenenza, però, non dipende solo dal gruppo in sé, ma anche dalla sua posizione rispetto agli altri. In questa fase di confronto sociale, ovvero il momento nel quale il gruppo di appartenenza (in-group) viene paragonato a un altro gruppo a cui non si sente di appartenere (out-group), non solo si cercano conferme sugli aspetti positivi del proprio in-group, ma anche sul fatto che sia migliore – e superiore, quindi con minori probabilità di essere minacciato – a più out-group possibili. 
Il problema nasce quando, per ottenere queste conferme, si ricorre a distorsioni sistematiche nella percezione della realtà (o bias), in modo da ritenere il proprio gruppo e, di conseguenza, anche sé stessi, migliore degli altri. 
Che “le donne non siano brave a guidare” o che “i Francesi non siano simpatici” sono delle generalizzazioni che non fanno che aumentare il giudizio positivo nei propri confronti di coloro che non si sentono appartenere a queste due categorie. Ma questi sopracitati sono luoghi comuni ingenui, innocui forse. 
O forse no? Stereotipare le caratteristiche dei membri dell’out-group, è una strada tutta in discesa verso il pregiudizio, che può degenerare in vera e propria discriminazione.
Inoltre, gli stereotipi sono sicuramente duri a morire. 
Rimettere in discussione uno stereotipo comporta un lavoro cognitivo non indifferente. Infatti, non solo dovrebbero essere analizzate tutte le valutazioni distorte e riallinearle con la realtà, ma anche fare un ulteriore riflessione sulla propria visione di sé stessi. 
Purtroppo, non sempre si è disposti a mettere in discussione le proprie certezze. 
Peggio ancora, spesso non siamo nemmeno consapevoli di doverlo fare.

MACRO AREA TEMATICA
Persona
BIBLIOGRAFIA
  • Tajfel H., Gruppi Umani e Categorie Sociali, Il Mulino, Bologna 1999;
  • Lippman W., Public Opinion, Harcourt, Brace & Co., 1922