Lo sguardo delle scienze sociali
<<Definire che cosa siano le scienze sociali è assai più arduo che non definire, per esempio, che cosa siano la geometria o la fisica>> così cita Pietro Rossi nell’ Enciclopedia delle Scienze Sociali (1997). E aggiunge ancora <<…la stessa individuazione della figura degli scienziati sociali è a tutt'oggi problematica… essi fanno spesso cose disparate, sia nel senso di studiare fenomeni differenti sia nel senso di avvalersi di metodi quanto mai diversi, che vanno dalle tecniche di osservazione di società 'primitive' delle quali si serve l'antropologo nel suo lavoro sul campo alla formulazione di complicati modelli matematici da parte dell'econometrico>>. L’incipit del testo di Pietro Rossi, ci offre lo spunto per poter riflettere sull’identità delle scienze sociali nonché di quelle umanistiche ai giorni nostri. Ad una prima impressione sembra quasi che sia estremamente difficile inquadrare le scienze sociali ed umanistiche in un qualcosa di concreto, utile e necessario alla nostra società, qualcosa di spendibile in più campi dell’agire umano. Anche i media o l’immaginario collettivo spesso ci spingono a vedere questi ambiti di studio come distanti da una definita scientificità e privi di solide basi teoriche. Questi presupposti hanno come ripercussione che le scienze sociali e umanistiche non siano tenute nella giusta considerazione e non trovino posto nei tavoli politici e decisionali, soprattutto in alcuni Paesi come l’Italia. Il caso della pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova gli scienziati sociali che, ancora oggi, faticano a trovare il loro spazio; si intravedono più possibilità di studio e di contributo da parte di queste figure in epoca di pandemia: dagli effetti del lockdown a quelli dei divieti e delle raccomandazioni, dalla perdita del lavoro alla crisi globale dell’economia, dalla riscoperta della famiglia e della vita domestica all’impulso informatico che ha pervaso le nostre case e così via.
Gli scienziati sociali dovrebbero avere un ruolo centrale soprattutto nello studio di quanto sta accadendo a livello individuale, sociale e nell’immaginario collettivo, rispetto ai cambiamenti di pensiero, di abitudini e di comportamento a cui il virus ci ha costretti. Basti pensare a come la pandemia abbia influenzato il nostro modo di vedere la libertà, la vita, la quotidianità, le relazioni, i modi di vivere la fede, il nostro modo di percepirci oggi e rispetto al futuro, in un clima generale di incertezza e di paura. Anche il distanziamento sociale ha mutato indubbiamente le nostre abitudini ed i nostri vissuti; una stretta di mano può essere percepita come “pericolosa” e tutto ciò non può essere assolutamente ignorato. I vaccini oggi rappresentano, a volte più del virus stesso, un timore grandissimo, insieme alla percezione, ora positiva e ora negativa, che le voci autorevoli ma spesso contrastanti di medici, biologi, immunologi e ricercatori ci sollecitano. La percezione della minaccia, del pericolo è stata in passato ed è ancora oggi studiata da autorevoli scienziati sociali e comportamentali e la ricerca sociale ha ancora molto lavoro da fare e molti contributi da dare in questa nostra epoca in cui la liquidità e la paura alle quali si riferisce Bauman, giocano il ruolo di protagonisti anche in assenza di Covid.
La pandemia ha provocato conseguenze anche sulla salute mentale delle persone, soprattutto di quelle colpite dalla malattia o sottoposte a misure restrittive, come ha dichiarato il Ministero della Salute, sottolineando che la paura, l’incertezza e i fattori di stress costanti nella popolazione possono portare a conseguenze gravi a breve e a lungo termine negli individui ma anche all’interno della famiglia e della comunità. Un sondaggio recente condotto dall’Ordine degli Psicologi ha messo in luce il bisogno di supporto psicologico per tornare alla normalità da parte di una buona fetta della popolazione italiana: il 62%. Tutti questi dati e questi nuovi aspetti problematici si collegano necessariamente ad una nuova esigenza: occorre rivedere e incrementare le azioni volte al mantenimento del “benessere” inteso come insieme di fattori bio-psico-sociali che solo le scienze sociali possono studiare e cogliere nell’insieme. Anche la storia, la filosofia possono insegnarci a vedere con occhi diversi quanto sta accadendo; possono farci comprendere il senso che hanno avuto nel tempo eventi catastrofici e come l’umanità abbia reagito ad essi e con quali risposte. Sono nati o riaffiorati movimenti come i Novax e i Nomask, fenomeni indubbiamente da indagare e che segneranno la storia. Anche il nostro linguaggio ha subito una trasformazione: abbiamo imparato ad usare la parola quarantena derivandola dal passato, dai periodi di peste in cui le navi restavano ferme in porto per un lungo periodo prima di far sbarcare possibili persone contagiose; coprifuoco, dai più giovani usata come limitazione oraria agli aperitivi, nei più anziani ha risvegliato l’ansia e la paura dei bombardamenti; mascherine associate da sempre all’ambito medico-chirurgico e oggi utilizzate per andare a fare la spesa; nuova ondata che non fa certo pensare al mare ma è piuttosto legata al timore di ammalarsi o di perdere nuovamente la libertà.
Queste ed altre considerazioni chiamano necessariamente in causa le scienze sociali e umanistiche che dunque possono e devono dare il loro contributo per mettere a segno nuove chiavi interpretative e strategie specifiche nell’approccio al controllo della pandemia e nel lavoro di ricostruzione soprattutto sociale.Persona
Le scienze sociali rappresentano un valido aiuto nell’offrire chiavi interpretative della realtà in cui viviamo
- Z. Bauman, 2002, Modernità liquida, Laterza, Bari
- Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1997, Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma
- L. Sciolla, 2012, Sociologia dei processi culturali, Il Mulino, Bologna