Skip to main content

Le ragioni della sconfitta del calcio italiano

| Antonio Finocchiaro | 2022
Era il 65° dell’incontro di Europa League tra l’Atalanta e il Leverkusen quando l’allenatore dell’Atalanta, Gian Piero Gasperini, fa esordire il diciottenne Moustapha Elhadji Cissè. Moustapha è nato in Guinea e a 16 anni, giunto in Italia, viene accolto nel Centro SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione) per minori non accompagnati di Carmiano in provincia di Lecce. Moustapha inizia ad allenarsi con la squadra locale Rinascita Refugees, formata da ragazzi provenienti da diversi Paesi, ma non può essere ancora tesserato per giocare in gare ufficiali. I ragazzi di Carmiano parteciparono al Torneo Nazionale Re.te!!-Refugee Teams, un’iniziativa curata dal 2015 dal Settore Giovanile e Scolastico della FIGC che ha portato sui campi migliaia di ragazzi. Grazie a Re.te. e al Progetto SAI Moustapha ha avuto la possibilità di giocare a calcio e di scrivere una storia di sport e integrazione che dimostra quanto il calcio possa favorire i processi di inclusione.” Questa bellissima storia attesta la bontà delle iniziative della FIGC come Rete - ha dichiarato il Presidente del Settore Giovanile e Scolastico Vito Tisci - e racconta quanto la sinergia tra sport, territorio e realtà di accoglienza possa risultare determinante per favorire l’integrazione. Per questo ringrazio un grande applauso va al territorio, in tutte le sue parti, che con grande lavoro e attenzione ha permesso il concretizzarsi di questa e di altre opportunità”. In una amichevole contro la Primavera del Lecce viene notato da un “osservatore” dell’Atalanta, pochi giorni dopo, il trasferimento a Bergamo, prima nella Primavera e poco dopo l’esordio in Serie A con la rete al Bologna. Mi viene in mente il bellissimo docufilm "Crazy for football" sulla Nazionale dei pazienti psichiatrici, un altro esempio dell'importanza e della capacità dello sport di eliminare barriere sociali e di favorire l'integrazione. Il racconto di Moustafha ci deve far riflettere come questi ragazzi arrivino con umiltà, senza pretese, più capaci di un’espressione motoria istintiva e giocosa ma con la "fame", quella che il DS della Società dove opero, Ciro Capuano, chiama, napoletanamente, “A cazzimma”. Oggi molti dei nostri ragazzi non hanno vissuto, come noi con qualche anno in più, i campi delle parrocchie, o peggio, i campetti in salita e pieni di buche delle periferie. I miei figli cambiano due o tre scarpini a stagione, io solo a 16 anni potei comprarmi le “scarpette da calcio” perché finalmente il piede non sarebbe più cresciuto, ed ero tra i fortunati. Il nostro era divertimento puro che non ostacolava i sogni ma era, comunque, una motivazione a mettercela tutta. Ho sentito bambini di sei o sette anni rispondere alla domanda perché giochi a calcio per avere la Porche con dentro la velina, desideri indotti da proiezioni genitoriali strumentalizzate da un mercato senza scrupoli la cui conseguenza è "bruciare" i ragazzi fino a determinarne la fuga dallo sport e soprattutto dalla pressione degli adulti. Le statistiche dicono che il drop out riguarda 70% dei ragazzi dai 13 ai 14 anni, non possiamo meravigliarci che le nostre leve non arrivino alla “Primavera” e che vengano sostituite da giovani africani con la "cazzimma".
MACRO AREA TEMATICA
Persona
FOCUS
Psicologia dello Sport
BIBLIOGRAFIA
  • I.Gasperini, Scuola calcio, Il mio libro self publishing, 2021; A.Fredella e G.M. Marzocchi,
  • A scuola di calcio, Erikson, 2021; Diversi autori, Guida per la Scuola Calcio Elite, FIGC